Presentazione di Paola Bordoni e Brunella Bruschi di Seingioco
Paola Bordoni presenta le attività di Seingioco e la biblioteca comunale "Sando Penna" all'interno dell'ITC "Vittorio Emanuele II". Brunella Bruschi introduce la serata e ne illustra il tema.
Introduzione di Brunella Bruschi
Sono stata invitata a condurre questa serata che ha per tema "Di prosa e di poesia" e che mi interessa particolarmente proprio per questo tema, così significativo e, direi, centrale in qualsiasi indagine che riguardi la letteratura. Ringrazio, quindi, l'associazione di cui faccio parte "Seingioco" per questo compito che spero di onorare degnamente ed in maniera almeno stimolante, se non esaustiva, perché il tempo è relativo e l'argomento molto vasto e anche denso di questioni diverse.
Anche solo sfogliando la storia letteraria di qualsiasi paese e di qualsiasi tempo, fin dai classici latini e greci e da quelli delle origini delle letterature moderne, ci si imbatte in una miriade di autori che si cimentano sia nella prosa che nella poesia, ed è significativo pensare che anche quelli legati soltanto al genere narrativo e prosastico spesso sono caratterizzati da occorrenze poetiche nelle loro scelte stilistiche: è il caso di Gadda che sembra il più prosastico dei prosatori, e nei cui testi, invece, il famoso critico C.Segre si diverte a rintracciare numerosi endecasillabi. Così mi viene in mente Calvino che si è dedicato solo alla prosa, ma creando una narrazione agile e musicale per cui C.Pavese lo definì "Lo scoiattolo della penna" (C.Pavese, che, tra parentesi accosta in modo nuovo prosa e poesia, creando immagini poetiche e ineffabili per esempio per ciò che riguarda i suoi miti della natura e dell'infanzia, nella prima, e usando il verso martelliano nella seconda, cioè lungo e narrativo). Ma tornando a Calvino, lui in un'opera addirittura critica come "Le lezioni americane" tramala sua scrittura di una poeticità straordinaria nel percorrere motivi e valori intrisi di mitologia e di immaginazione della più vasta gamma letteraria, sia poesia che prosa, senza distinzione. Ci sono autori come Joyce, Canetti, Bassani, che pur celebri per la narrativa, hanno scritto anche in poesia, lo stesso filosofo latino Seneca, noto per le opere di carattere etico-civile in cui creò uno stile inimitabile, scrisse anche epigrammi. D'altro canto un grande poeta vicino a noi, Attilio Bertolucci, scrive un poema autobiografico: "La camera da letto" sulla storia della sua famiglia dalle origini a lui stesso ed ai suoi figli (i celebri registi), che a tutti gli effetti, sia per il linguaggio, sia per i ritmi narrativi che per le scelte metriche, può essere considerato molto affine ad un romanzo. Mala questione fondamentale su cui riflettere è: che relazione c'è tra la prosa e la poesia non solo in generale, quanto soprattutto in ciascun autore che pratichi entrambe. Partirei senz'altro da Leopardi, forse il più grande di tutti i tempi, che in quello scrigno ricchissimo di pensiero ed esperienza che è lo Zibaldone afferma ad un certo punto che la poesia trae linfe e nutrimento soprattutto dalla prosa.
E non è un caso che molte sue riflessioni contenute proprio in quest'opera, poi danno luogo ai canti o a passi di essi, perché dopo un'esposizione dettagliata ed articolata, dopo lo sviluppo argomentativo, è più agevole realizzare la sintesi nell'immagine poetica, la scansione musicale, la concentrazione semantica. D'altra parte il sommo poeta ottocentesco nelle canzoni e nei canti maggiori, nella stessa Ginestra, sviluppa nei versi un discorso che sintatticamente ha l'articolazione della prosa, voglio dire il ragionamento, la necessità argomentativa. E per contro nella prosa, almeno in quel capolavoro che sono le Operette morali, incentra la narrazione e il dialogo su di una quantità vastissima di miti tratti dalle diverse civiltà, che in genere sono la base della poesia, utilizza un registro che va dall'ironico al drammatico, ma sempre anche una funzione emotiva e poetica. E parlando di Operette morali mi viene in mente che alcune di esse sono dei veri e propri prosimetri, cioè scrittura mista di prosa e versi, come il dialogo di Federico Rhuysch e le sue mummie, per sottolineare ancora una volta la contiguità di prosa e versi anche attraverso questo componimento, appunto il prosimetro che li vede interagire nella scrittura. La Vita Nova di Dante era un prosimetro, e così è facile trovarne attraverso tutta la storia letteraria fin dalla letteratura ellenistica. Per tornare nel `900 un grande poeta, ma anche scrittore in prosa, E. Montale, parla nei suoi scritti critici proprio di prosa e di poesia, affermando addirittura che la poesia deve essere anche un po' prosa. Questo in ordine a quell'intento fondamentale di sgombrare il campo in poesia da tutti gli orpelli retorici e obsoleti, di semplificare e razionalizzare la scrittura almeno sul piano lessicale, che era di molti poeti del primo `900, dai vociani a Saba, appunto a Montale, anche sulla scorta di importanti esperienze europee, dai simbolisti a Valéry. Un autore assolutamente universale, nel senso della cultura e dei referenti vastissimi della sua scrittura, J. L. Borges, argentino e sia prosatore che poeta con identica fortuna, scrive una poesia molto vicina alla prosa nel rappresentare una filosofia del mondo, un complesso pensiero sull'esistenza, e, d'altro canto, scrive in prosa racconti brevi sempre franti, onirici ed inconclusi, in una circolarità assolutamente poetica. Gli scrittori che propongono un particolare rapporto tra prosa e poesia sono davvero tanti; per concludere questa breve carrellata ne citerò ancora soltanto due che amo particolarmente: M. Cvetaeva e V. Holan. La prima russa e scrittrice originale sia di versi che di prosa, nella cui scrittura di entrambi i generi è centrale un uso davvero particolare della punteggiatura, delle lineette, una continua osmosi di sogno e realtà. II secondo, premio Nobel, che, pur realizzando, come in genere accade nei boemi, un singolare impasto di sublime e basso materiale corporeo, come direbbe Backtin, una poesia molto barocca, insieme d'immagine e d'intelletto, adotta spesso un metro lungo e prosastico che conferisce accenti narrativi e appunto di prosa al discorso.
Mi fermo qui perché l'intento era di offrire spunti di riflessione, di stimolare anche la possibilità di altre prospettive della questione, che mi sembra davvero vasta e complessa. Vi ringrazio per l'attenzione e do senz'altro la parola agli amici poeti che illustreranno le loro esperienze in questo ambito. Grazie.
Gli autori che ci racconteranno brevemente la propria esperienza in proposito sono in ordine alfabetico: Vittoria Bartolucci, Gladys Basagoitia, Gabriella Bianchi, Brunella Bruschi, Olga Introppico, Maria Liscio, Giampiero Mirabassi, Giuliano Sozi.
Gli interventi
Vittoria Bartolucci
breve biografia
Vittoria Bartolucci è nata ad Asmara e vive a Perugia dal '71. Laureata in Matematica, si dedica sia alla grafica sia alla scrittura. Ha illustrato una trentina di libri di poesia e alcuni volumi d'altro argomento come, ad esempio, un libro di testo dell'I.S.E.F., e ha partecipato a numerose collettive e personali quali "Poeta sub/ridens" (mostra di umorismo grafico) e "Un fanciullo correva dietro un treno" (Università per Stranieri, dicembre 2006). Per quel che riguarda la poesia, ha pubblicato quattro raccolte, due delle quali a cura degli organizzatori del "Premio S. Penna". E' presente in varie antologie con poesie e racconti ed è autrice di alcuni saggi critici.
intervento
Come penso succeda in genere a chi si dedica alla scrittura, la stesura definitiva delle cose che "affido alla carta" deriva da quella iniziale a cui, in momenti successivi, la mia penna ha apportato modifiche di vario genere come, ad esempio, l'eliminazione di una o più parole, la loro sostituzione con termini diversi, l'introduzione o la cancellazione di alcune parti, frutto del bisogno di approfondire il tema trattato o di sintetizzare alcuni concetti... Nel mio caso, poi, si tratta di un lavoro molto complicato, quasi maniacale alcune volte, che richiede, oltre all'utilizzazione (lo spreco, direbbe forse qualcuno) di molti fogli, ore e ore (intere giornate, in qualche caso) passate a scrivere, cancellare, riscrivere .... (rinunciando magari al sonno o dimenticando sul fuoco qualche pentolino) e il cui risultato, oltretutto, quasi mai mi soddisfa pienamente (spesso neanche dopo la pubblicazione, quando questa si realizza), tanto che in genere mi ritrovo a relegare in fondo a qualche cassetto, senza speranza di una sorte diversa, i miei "tentativi". Le cose stanno diversamente, però, a seconda che si tratti di note critiche, di racconti o di poesie. Per quel che riguarda le prime, il gran numero di prove che precedono il risultato finale è causato dal timore di sbagliare l'interpretazione di un testo e magari di usare dei termini inesatti, cosa che per fortuna, con mia grande meraviglia, sembra che sinora non si sia verificata. Per quel che riguarda le poesie e i racconti, quanto ho detto precedentemente deriva dal fatto che essi, anche se appaiono piuttosto semplici, in realtà costituiscono una costruzione molto complessa che si basa su vari elementi di cui quelli descritti di seguito sono i principali. Innanzitutto il titolo. Esso ha la finalità di creare un contrasto tra quanto, leggendolo, lascia prevedere e l'effettivo contenuto del lavoro che introduce (ne sono un esempio quello della poesia "Perdutamente" o del racconto "La prima volta" trascritti di seguito). Altri elementi sono: i lunghissimi elenchi di oggetti, persone, fatti (elenchi che, come nella poesia "Pomeriggi d'aprile", ad esempio, possono apparire fuori luogo, ma hanno invece una loro funzione, come si deduce dalla lettura del testo); il frequente inserimento tra parentesi di commenti o aggiunte (suggeriti quasi da una seconda voce) a quanto viene descritto; l'uso di parole tratte dalla lingua parlata (che ad alcuni possono sembrare poco adatte alla poesia) o di termini e nomi propri di linguaggi specifici come quello della matematica, della fisica, dell'informatica, da me frequentate per anni a causa del mio lavoro (è possibile perciò imbattersi, tra una riga e l'altra, in "parabole", "rette", "trinomi", "permutazioni", "Archimede", ''Pascal'' . . . ), e, ancora, da quelli della pubblicità, del cinema, della fiaba...; la trasformazione in forma impersonale del discorso inizialmente scritto in prima persona singolare o l'attribuzione di mie azioni o sentimenti a una "lei" o a personaggi che possono chiamarsi "Maria" o in altro modo; i "finali a sorpresa". Ma anche se sono grosso modo gli stessi gli elementi della costruzione di una mia poesia o di un mio racconto, diversa è la loro motivazione. Nel primo caso, infatti, il loro uso nasce dal desiderio di camuffare con dei "trucchi" (come mi piace chiamare quanto ho descritto precedentemente) il bisogno di esorcizzare, riversandole su dei pezzetti di carta, l'ansia, la delusione, la tristezza... causate, di volta in volta, da fatti della mia esistenza, dai rapporti con gli altri, da ciò che accade intorno a me o altrove. E' un po' quello che succede quando sentiamo la necessità di confidare qualcosa a un amico e, rendendoci conto, mentre parliamo, di angosciarlo o di aver dimenticato che anche lui ha i suoi guai, all'improvviso, per farci perdonare, cerchiamo di attirare la sua attenzione su qualcosa di diverso, di farlo sorridere, di sorprenderlo... oppure quando ci accade di trovarci in difficoltà al cospetto di qualcuno che nostro amico non è (a volte si tratta di noi stessi) e cerchiamo di dimostrargli in qualche modo che "ci vuol altro per sopraffarci". I miei racconti, invece, nascono dal desiderio di dialogare, di stare un po' in compagnia, in un certo senso, di chi legge, narrandogli fatti aventi come protagonisti me stessa o un mio familiare, un amico, un conoscente, fatti che vengono però deformati in modo da suscitare un sorriso magari un po' amaro o da concludersi in maniera sorprendente come in "un giallo". Si potrebbe dire che in qualche modo il meccanismo sia simile a quello che dà origine alle vignette umoristiche che ho avuto occasione di esporre in varie mostre. Nel caso della poesia si tratta insomma di un tentativo in atto di prendere, per sé e per gli altri, le distanze da ciò che fa soffrire, mentre in quello del racconto è come se si fosse già superata tale fase e ci si potesse permettere di "scherzarci un po' su". Vorrei aggiungere che della sofferenza che accompagna la prima forma espressiva è indice, tra l'altro, quel continuo frantumarsi del discorso, rappresentato graficamente dal succedersi di spazi vuoti sulla stessa riga (quasi che si trattasse di un respiro affannoso), mentre della voglia di dialogare, che caratterizza l'altra, lo è, ad esempio, il frequente uso di note esplicative rivolte al lettore, scritte a piè di pagina. Per quel che riguarda il tempo da me usato, sia in prosa sia in poesia predomina il presente, dal momento che il ricordo del passato in genere mi fa soffrire e il pensiero del futuro mi rende ansiosa. Il luogo di riferimento è quasi sempre la città con le sue strade, le sue case. . . e così è grande il numero di automobili, elettrodomestici, oggetti, alimenti che si aggirano nei miei fogli. Predominano tra gli altri: il telefono, il televisore, la finestra, che rappresentano il punto di contatto con il mondo esterno, e la carta, supporto necessario per la scrittura, "vizio" che, anche se qualcuno ha detto essere uno dei temi preferiti da chi non ha niente da dire, spesso costituisce l'argomento di ciò che scrivo.
La prima volta
(tratto da Agrodolcemente)
Quando cominciò tutto?
Quando l'amichetta del cuore le strappò di mano la sua bambola nuova con il vestitino di organza azzurra, le scarpine di vernice nera e il mazzolino di fiori blu tra i lunghi capelli biondi, mentre lei rimaneva a guardare ambedue con gli occhi umidi di pianto, non osando far altro che porgere automaticamente anche le minuscole pentoline piene di sabbia e sassi, che aveva usato sino a qualche momento prima per giocare alle “Signore”?
O ancora prima, quando il bambino del seggiolone accanto, con uno scatto improvviso, le strappò di bocca il suo insostituibile ciuccio anatomico al sapore di miele e si mise a ciucciarlo avidamente mentre lei, guardandolo incredula, non osava neanche accennare a mettersi a piangere?
E quante altre volte nella sua vita (aveva ormai una sessantina d'anni) non riuscì a dire di no a qualcuno?
Non lo ricordava più, tanto ci aveva fatto l'abitudine, così come non ricordava neanche più d'essere stata bocciata all'esame di quinta elementare (quando la scuola era una cosa seria) per non aver avuto il coraggio di ribellarsi allorché la compagna di banco, durante un suo attimo di distrazione, le aveva rubato la brutta copia del suo tema dal titolo “Parla dei tuoi genitori”, lasciandole dieci minuti soltanto per cercare di scrivere qualche parola sul suo enorme foglio protocollo a righe. (A matita, naturalmente, dal momento che la sua penna appena comprata era sparita nel nulla).
Si era persino sposata con quello che era il suo attuale marito, l'opposto del suo uomo ideale sognato sin dall'infanzia, per non aver saputo dire di no. E la maggior parte delle sue quattro figlie femmine e dei due figli maschi erano il frutto di altrettanti no che non aveva avuto il coraggio di dire.
E anche le sue due Enciclopedie: “L'elettricista e l'idraulico in casa tua” e “Cane, gatto e canarino, fedeli amici dell'uomo e della donna”; e le tre Bibbie in edizione di lusso con la copertina rosso lampone e le scritte in oro zecchino; e l'abbonamento a una rivista di caccia grossa e pesca d'alto mare e a una di ecologia applicata alla vita quotidiana; e il pulisci-moquette comprato a rate da cinquantamila lire al mese, che mai le sarebbe servito, purtroppo, sulle sue mattonelle di coccio rosso.
E perfino la sua laurea di lettere antiche e filosofia, invece che in medicina e chirurgia, impostale dal padre e dalla madre; e la decisione di non utilizzarla mai in nessun modo, impostale dal marito e dai suoceri; e l'appartamento preso in affitto al sesto piano di una casa fuori città (senza ascensore); e le otto sciarpe all'uncinetto regalate ogni volta a chi gliele aveva chieste proprio quando lei, che da anni ne desiderava una per sé, era finalmente arrivata dopo mesi di paziente lavoro nei ritagli di tempo, ad applicare la lunga frangia, intrecciata filo su filo con le sue stesse mani, un po' doloranti per i reumatismi.
Né di recente era riuscita ad opporsi alla volontà dell'amabilissima negoziante che le aveva venduto un vestitino rosso con un grande spacco da un lato, mentre lei era entrata nella sua boutique per comprarne uno nero che aveva visto esposto in vetrina. E neppure a quella della parrucchiera che l'aveva convinta a lasciarsi tingere i capelli di quel colore bianco-azzurrino così fine, che lei per anni aveva considerato insopportabile.
Per non parlare poi della promessa scritta, strappatale da qualcuno, di donare (alla sua morte): occhi, cuore, polmoni, reni, fegato e cistifellea.
E adesso era lì, nella fredda sera d'inverno, con gli occhi sbarrati, come quella volta della bambola e del ciuccio sapor di miele e del tema di quinta elementare.
L'uomo, nella strada buia e silenziosa, la teneva sotto la mira minacciosa dell'enorme pistola stretta nella mano ossuta e tremante.
-Come nei fatti di cronaca nera!- disse, meravigliandosi delle parole fuori luogo sussurrate a se stessa.
E pensare che se fosse passata un po' prima per quella via e avesse osato rispondere che, a causa del fortissimo mal di piedi che la tormentava da ore, proprio non se la sentiva di accompagnare sino a casa la vecchia compagna d'infanzia, quando lei aveva tanto insistito dicendo:
-Sai, sono due passi soltanto! Sai, al giorno d'oggi ci sono tanti malviventi per le strade e una donna sola…
Il suo malvivente, ora, indicava nervosamente la sua vecchia borsetta nera. Senza dire una sola parola.
Lei la guardò, seguendo lo sguardo torvo dell'uomo come in un sogno. Tossicchiò un po' per ritrovare la sua voce che sembrava perduta e poi…, ma si perse nel rimbombo assordante e nel fumo dello sparo il suo monosillabo…
-No- disse per la prima volta nella sua vita.
E voleva dire soltanto: “Non ho neanche una lira nel mio borsellino! Mi dispiace tanto per lei, ma…”
Le sue ultime seimilacinquecentocinquanta lire le aveva prestate un'ora prima (pur sapendo che non le sarebbero mai state restituite) a qualcuno a cui non aveva osato, ancora una volta, dire di no.
Pomeriggio d'aprile
E chissà quante volte ci è successo
magari in qualche pomeriggio
dolce d'aprile
di addormentarci
("aprile dolce dormire")
senza la cintura
accanto al guidatore
in un'auto
in corsa verso il sole
(su una superstrada su una tangenziale
un corso un viale un controviale una bretella
un sentiero di campagna una variante un lungomare
un ponte sopra il mare...
qui a Genova a Torino
in lnghilterra in Francia
in Russia in America Latina
e persino in Cina...)
per stanchezza o desiderio
(inconsapevole forse)
di morire
ma poi
proprio prima dell'ultima frenata
ci ha svegliati appena in tempo una voce
di bambino un sogno una carezza
o soltanto
il volo di una mosca
(è questo a volte il modo
di travestirsi del destino)
in cerca da mezz'ora
di un varco verso il cielo
Perdutamente
Eccoti ancora qui parola
che più di tutte
da tempo oramai mi invadi
in maniera insistente la mente
ed è per te che ho costruito
stasera
una piccola grata un po' scardinata
di altre parole
qualunque
su questo foglio disponibile
e bianco
senza nemmeno chiedermi più
se è perché mi ricordi
i sogni i momenti
chissà dove chissà quando
negli anni perduti
che mi ossessioni così
oppure quelli
che pur sapendo del rischio
di svanire un giorno o l'altro
da qualche parte con me
mi resteranno - perdutamente -
attaccati per sempre alla pelle
Gladys Basagoitia
breve biografia
Gladys Basagoitia Dazza è nata a Lima (Perù), è biologa e vive da tempo a Perugia. Premiata in concorsi nazionali e internazionali in Italia e all'estero, è presente in antologie edite in Italia, Argentina, Messico, Stati Uniti, Nicaragua, Portogallo, Perù. Ha pubblicato tredici raccolte di poesie in lingua italiana o spagnola, la prima delle quali, "La zarza ardiendo"; risale al 1964 e la penultima, ''Rêverie'' (2004), ha vinto il premio "Nuove Scrittrici" di Pescara. Il lungo racconto autobiografico, "Il sorriso del fiume", è stato pubblicato nel 1995 a cura del "Comitato 8 marzo". Notevole il suo lavoro come traduttrice in e dallo spagnolo di poesie di vari autori.
intervento
Gladys Basagoitia dice di sé: "Quando mi dedico alla prosa, la penna che scrive appartiene alla "Gladys biologa", diciamo così, che analizza e descrive i risultati della sua analisi. Ciò, naturalmente, richiede tantissimo tempo, trattandosi di un lavoro, per varie ragioni (le differenze tra le mie due lingue, quella madre e quella acquisita, la necessità di dare un ritmo costante al brano scritto..) difficoltoso. La poesia, invece "viene da sé", è musica e melodia, si accorda col respiro. Al contrario della prosa, è sintesi. Leggerò ora due poesie tratte da "Acquaforte" che parlano del "fare poesia", appunto, e un brano, che fa parte de "Il sorriso del fiume", nel quale ho descritto uno strano fenomeno naturale di cui sono stata testimone anni fa in Perù."
L'idea
casa della luna
dimora del sogno
ruscello precoce
sorge poesia
notte illuminata
consonanti
sillabe
lotta di vocali
muore la sintassi
costellati suoni
il cuore trafitto
ramo misterioso
germoglia l'idea
Il verbo
non sempre la parola è il verbo
a volte aria
nebbia
brina
acqua in fermento
sospirare di foglie
nulla
ma se fiorisce nel profondo
è il fuoco che crea
Il ventarron
Sembra un giorno come tanti. Mentre stiamo ad ascoltare la Signorina Mary, si comincia a sentire un calore strano, tanto che il respiro si fa difficoltoso.
Ci permettono di toglierci i grembiuli. Ci radunano nel campo sportivo. Possiamo vedere il sole, come se fosse vicino alla terra: enorme e acceso. Inatteso, un gran frastuono. Si scurisce il cielo come se fosse notte. Mentre c'è il fuggi fuggi, ci assalgono ondate di terra portate da un forte vento. Vortici di terra ci vengono addosso. E' sempre più difficile respirare e camminare senza vedere. M'inginocchio, chiudo gli occhi per pregare. Poi, una signora che non conosco mi porta dentro una casa. C'è gente che prega, accende candele al modo cattolico. Alcuni piangono, perdo la nozione del tempo, il fenomeno passa, sembra giorno di nuovo, il vento si calma, mi portano a casa. Trovo la mamma in lacrime. Mi abbraccia.
Lo chiamavano elventarròn Gente anziana morì dalla paura. Molti altri nella confusione rimasero feriti.
Il fenomeno si ripeté più volte quell'anno. Così imparammo a riconoscere le avvisaglie. Sapevamo che quando capitava, non c'erano lezioni e ci facevano ritornare a casa.
Dopo le prime volte, a dispetto dei disagi e dell'angoscia del respirare a fatica, noi bambini quasi lo desideravamo.
Non so cosa sarà stato. Mai prima era accaduto. Dopo due anni questo fenomeno non si presentò più.
Gabriella Bianchi
breve biografia
Gabriella Bianchi è nata e vive a Perugia dove è impegnata nell'attività di bibliotecaria. Ha pubblicato "L'etrusca prigioniera" (1984) , "Canzoniere" (1990), "Giardino d'inverno" (2005) e la raccolta di quartine, "Cartoline da Itaca", vincitrice della quinta edizione del Premio organizzato dalla Libreria "Filosofi" di Perugia. Ha vinto in precedenza i Premi "Insula Romana", "Giorgio Byron" e "Francesco Mauri" ed è presente in numerose antologie. Si dedica anche alla critica e, per quel che riguarda la prosa, le è stato assegnato nel 2005 il Premio "Vittoria Aganoor Pompilj" per un racconto autobiografico in forma di lettera.
intervento
Gabriella Bianchi si racconta: "scrivo poesia come se tutto fosse già accaduto, mentre in prosa tutto deve ancora accadere, perché la prosa vive nel presente (secondo me), in poesia mi piace il ritmo narrativo e in prosa tendo invece a stringere"
Quella volta che il mio cuore......
Amatissima sopra tutti madre mia. Il tuo letto parla di malattia e d'immobilità, e sappiamo entrambe che questa è la sala d'attesa del distacco. “Tu sei la pianta”, penso con i versi di Rilke ogni volta che salgo da te. Sei la terra, l'acqua e l'aria che respiro da quando mi hai messo al mondo tanti anni fa' in una casa di campagna. Ma non sei mai stata il fuoco, l'amore, la gioia di stare al mondo, di correre e gridare al vento che sei felice. Ho dovuto cercarlo altrove, il fuoco. L'amore mi è passato accanto: mi ha sfiorato un vento inebriante e profumato che è poi divenuto torrido nello spazio di un mattino. Pensavo, come te, che l'amore non esistesse. Pensavo che vi fosse, nel nostro cuore di donne, il posto per un solido affetto, e basta. “L'amore è una perdita di tempo, è una favola, una sciocchezza”, questo sentivo dire da tutti nella mia infanzia, e anche da te. “Vuoi mettere a confronto l'amore con la solidità di una famiglia, con un lavoro sicuro, con una casa dove riporre la certezza della vita che declina?” Tu hai messo in pratica questi assiomi, ma io non ti ho mai vista sorridere. Eri chiusa, severa come una suora di clausura, dura come un carpentiere. I tuoi schiaffi erano la lima e la pialla con cui levigavi gli spigoli del mio carattere ombroso.Ti fuggivo rifugiandomi dove potevo: sugli alberi o in soffitta. Crescevo sognando l'amore e un giorno il mio cuore l'ha incontrato. Ma era tardi. Avevo già un legame benedetto da Dio e poi naufragato nei fumi dell'alcool. Tu mi vigilavi come un'ombra: mi hai braccato come un segugio finché non hai capito la verità. E da allora ti sei chiusa nella pietra del mutismo. Non hai più potuto riportarmi sulla retta via con la legge degli schiaffi, ormai volavo troppo in alto per i tuoi occhi, ero un aquilone variegato sfuggito di mano. Eppure, madre, ho patito la tua assenza. Ricordi quando al bivio di San Feliciano attendevamo per ore il postale per tornare a Perugia? Guai a perderlo, che fino al giorno dopo non ne sarebbe passato un altro. Tu aiutavi la zia a lavare i panni nell'acqua chiara dell'emissario e nell'orto a raccogliere i pomodori. Mi sentivo una ninfa di Diana cacciatrice, giravo sempre con l'arco e le frecce. In casa della zia c'era un solo libro, “Canne al vento”, che lessi con bramosìa ricavandone un forte mal di testa. Avevo 7 anni, non sapevo con chi giocare e mi mancava la mia casa di Perugia dove c'erano l'acqua e il bagno. La zia mi mandava al pozzo a prendere l'acqua che era profonda e lontana, e il tonfo del secchio non arrivava mai alle orecchie. Portavo a pascolare le oche sui prati sovrastanti il lago, sempre munita di arco e frecce. La zia mi dava per merenda un pesce di lago abbrustolito avvolto nella carta del pane. Lì, presso il lago dove eri nata, ti vedevo più serena, mamma. A me mancavano i libri, i quaderni, i fumetti, i colori, i formaggini, ma in compenso vedevo te come la “ madre terra”: i tuoi fianchi larghi che mi avevano custodito per nove mesi, i tuoi occhi che erano mansueti come quelli di un animale mi rasserenavano. Eri in pace con il mondo, mamma, il lago scioglieva la tua granitica durezza. Finché restavamo dalla zia, io ero sotto la sua ala protettrice e nessuna percossa mi giungeva. Così ti volevo più bene, ed anche adesso te ne voglio. Ti scrivo questa lettera all'ombra della tua casa natale, seduta su di un sasso. Vengo qui ogni tanto per vederti crescere, ti osservo mentre diventi adolescente e graziosa. Respiro la tua aria, mi perdo nei tuoi panorami. Ma non so se la spedirò mai, la lettera: forse la infilerò sotto il tuo cuscino, o forse ne farò una barchetta di carta e l'affiderò al torrente che scorre sotto la tua casa, lo stesso torrente dove ti bagnavi da ragazza, e credo che arriverà in un affluente del tuo cuore. A presto, madre mia, con la preghiera all'angelo, che vigila questi luoghi incorrotti, di prenderti per mano e di farti camminare ancora un po'.
Ti abbraccia la tua figlia primogenita, quella buona a nulla, quella che per amore ha tradito la legge ferrea dell'onestà e dell'obbedienza: la “tua” legge.
Alla madre
Vado in pellegrinaggio alla tua casa
che dorme, rude e spoglia,
nella pianura intersecata
da rivi serpentini. Avevi occhi dolci
e gambe di gazzella
per portare al pascolo gli agnelli.
Tua madre, la nonna visionaria
dai capelli rossi,
destava di notte gli otto figli
quando passava in cielo la casa di Loreto
sorretta dagli angeli.
La nonna incontrava alla fonte
anime del Purgatorio
che conversavano con lei amabilmente
e poi sparivano come neve al sole.
Tu non temevi le serpi d'acqua
né i fuochi fatui del cimitero.
Poi vennero i tedeschi
e l'infanzia sparì. Uccisero vitelli,
requisirono stanze e libertà.
Mio padre ti conobbe esile
come un giunco, fresca acqua di vena.
Avevi le calze corte di lana
E sorridevi timida,
ma il tuo riso si è disperso
negli inverni di altre case.
Ora sei vecchia e quasi non cammini.
Ti fanno visita anime familiari
e ne parli con naturalezza.
Vorrei accudirti come una bambina,
massaggiarti le gambe appesantite
dai farmaci
nel silenzio che a te piace,
e dirti solo – pietosa bugia –
che tutto va nel migliore dei modi.
La felicità
(“Il giardino delle rose”)
Che strana parola è la felicità: otto lettere in rapida discesa verso la “a” finale che viene poi bruscamente tagliata da un vasto silenzio, ed è come cadere in un precipizio. E' una parola aerea e graziosa quanto può esserlo una farfalla o un piccolo uccello come il colibrì. Evoca atmosfere liberty, operette, leggiadrìa. Tutti la inseguiamo fin verso i vent'anni, poi ci rendiamo conto con delusione che non esiste e che è solo un mito come la pietra filosofale o gli dei dell'Olimpo. Perciò la mettiamo da parte come si fa' con un abito di foggia antica mai indossato e finiamo col dimenticarcene. Ce la richiamano alla mente le canzoni, qualche poesia e le fiabe che leggiamo ai bambini. La vita si rivela essere tutt'altra cosa: arida, piatta, ripetitiva. E' forgiata di materia che viene mossa e agitata incessantemente dai duri e spietati ingranaggi del lavoro e del denaro. Tutto ruota intorno all'economia, e si ritiene che possedere il denaro sia l'unico mezzo concesso a noi umani per essere felici. Io ho provato la felicità, l'ho sperimentata, l'ho toccata con mano, l'ho vissuta. E' durata poco più dello spazio di un mattino e precisamente una settimana. E' stata una felicità controcorrente perché non è stata dettata dalla spasmodica ricerca del denaro ma dalla constatazione di aver raggiunto l'iperuranio dell'armonia totale. La vicenda che la racchiude era imperniata sull'amore, sulla presenza di mio figlio e “ambientata” in un luogo magico e dalla bellezza mozzafiato: l'altopiano del Renon Era il l990, era febbraio ed io avevo quarant'anni. Fino ad allora la vita mi aveva riservato soltanto gravi problemi di salute agli occhi fino al punto di rischiare la perdita della vista. Avevo soltanto venticinque anni, mi ero appena laureata in Lettere e mi trovavo inerme e spaurita dinanzi alla vita che mi sovrastava come una montagna altissima e priva di varchi. Provengo da una famiglia modesta, sono figlia di operai. I miei genitori avevano fatto duri sacrifici per farmi studiare e attendevano da me grandi risultati. Ignoravano che la loro figlia primogenita era introversa, chiusa, bloccata da una timidezza abissale e dalla mancanza d'intraprendenza, e che questo le rendeva difficoltosa anche la normale vita quotidiana. Ingenua come una bambina, ero fatta per vivere in un mondo impossibile, idilliaco e privo del male. Forse l'Eden primigenio prima che i nostri progenitori violassero la norma divina. Ero destinata alla sconfitta, alla marginalità. Eppure amavo e coltivavo con intensi studi il campo della scrittura che alimentavo con instancabili e vaste letture . Conobbi Piero, un giovane loquace e scherzoso molto diverso dai coetanei rozzi e volgari con i quali ogni dialogo era impossibile, avendo essi il solo scopo di portare a letto le ragazze. A quell'età, essendo graziosa, dovevo difendermi dagli attacchi pesanti degli uomini che lasciavano in me un senso di disgusto. Il sesso come lo pensavo io era legato indissolubilmente all'amore e non mi attirava affatto l'essere “usata” nel vano di una macchina per un'ora per poi essere gettata alle ortiche. Ma poiché svariate mie coetanee accondiscendevano e stavano a quel gioco che a volte era seguito da nozze affrettate, finii col rimanere sola con i miei libri e le mie poesie. Afflitta dall'incertezza, non riuscivo a trovare la strada che imprimesse una svolta decisiva e fruttuosa alla mia vita. Mia madre fremeva di rabbia in quanto voleva che mi sposassi alla svelta e che me ne andassi via da casa. Mi corteggiava un tassista basso e biondiccio d' una decina d'anni più di me che aveva una casa di proprietà: per mia madre quello era l'uomo ideale. Ma al mio diniego, per alcuni giorni non mi preparò nulla da mangiare e mi spintonava come per buttarmi fuori di casa quasi fossi un oggetto superfluo. Piero era dolce e non chiedeva altro che di stare con me, mi affezionai a lui e ci sposammo. Avevo fatto i conti senza la suocera. Invadente e autoritaria, entrò nel nostro matrimonio come una raffica di bora e ridusse al silenzio il figlio unico che trovò conforto nel vino incrementando un vizio di base, la debolezza del bere, che ancora alimenta trovandovi rifugio, dal momento che non sa affrontare di petto il muro materno. Nemmeno la presenza del piccolo Luca gli fornì il nerbo per alzare la testa e uscire dai fumi dell'alcool. Pubblicai un libro di poesie a riscatto di tanti vuoti e sconfitte che ormai si chiamavano “dolore”. Intanto un uomo colto e dall'animo di poeta si era incamminato verso il mio mondo. Lo incontrai in una libreria ed egli s'interessò alla mia pubblicazione. Era impossibile per me distogliere lo sguardo da lui e mi accorsi che l'attrazione era reciproca. Tornai a casa a passi felpati e quasi sfiorando il terreno. Quell'uomo aveva in mano il mio libro di poesie e il mio numero di telefono. Aveva le chiavi per entrare nella mia vita. Non era un bell'uomo secondo i canoni classici della prestanza fisica, e non era nemmeno giovanissimo, ma non so quale magnetismo irresistibile portava sempre il mio pensiero verso di lui. Era un uomo che aveva visto il mondo, era ricco e tuttavia si esprimeva in modi semplici e naturali. La sua voce bassa era carezzevole. C'incontrammo ogni tanto in qualche caffè o giardino della città. Avevamo in comune la propensione per la scrittura, per l'arte e un modo identico di pensare la vita. La sua ricchezza non pesava, anzi tendeva amorevolmente le mani alla mia povertà . E un giorno di maggio cogliemmo il frutto della nostra intesa. Era impossibile evitarlo:le nostre strade erano fatalmente confluite in una così come accade a due fiumi. Non mi sentivo in colpa. Per la prima volta volta in vita mia spiccavo salti di gioia, ridevo, ero felice. Avevo conosciuto altre felicità come quelle scolastiche, quando superavo un esame con un bel trenta; come quando mi avviavo con Piero verso l'altare iniziando una complicità benedetta da Dio che doveva durare per sempre; come quando ebbi tra le braccia per la prima volta mio figlio Luca.. Queste gioie erano le pietre miliari della mia vita ma il quotidiano con i suoi assilli aveva steso una patina grigia su ogni evento ed aveva appiattivo i moti dell'animo. L'amore per Angelo illuminò il mio presente e mi tolse ogni paura di dosso. Nella mia euforia pensai che questo amore fosse un dono divino concesso in riparazione a tanta solitudine, sofferenza e privazioni. Amavo ed ero teneramente ricambiata: questo per me era tutto. Rinacqui alla vita e ripresi in mano le redini della mia maturità. Mi sentii rigenerata anche come madre. Non ero più spenta, stanca, annoiata, triste come una foglia morta; al contrario, un' energia sconosciuta scorreva nelle mie vene rapidamente e una luce calda si irradiava dal mio volto. Ero un'altra persona ,sconosciuta non solo agli altri ma anche a me stessa. Venne l'autunno e quell'anno non ne ebbi paura. Temevo da sempre l'accorciarsi della luce e l'inasprirsi del clima. Arrivò febbraio e Angelo propose una settimana di vacanze in montagna portando anche il piccolo Luca. Partimmo in treno. A Firenze Luca e Angelo erano già amici. Un ‘aria di complice allegria regnava nello scompartimento. Trovammo Bolzano in festa: era giovedì grasso e tutti gli abitanti giravano per la città mascherati dalla testa ai piedi. Nel caffè Monique uno scoiattolo ci servì da bere mentre un orso riscuoteva i soldi alla cassa. Luca rideva anche con gli occhi e scherzava, era loquace e felice. Prendemmo la funivia e salimmo a Soprabolzano, quindi con il trenino di legno del Renon giungemmo alla stazioncina di Costalovara che pareva un piccolo fienile. C'era una discesa fino all'hotel sul lago dove arrivammo in pochi minuti. Ed eccoci a cena nella stube calda e accogliente dove la padrona, vecchia conoscente di Angelo, aveva preparato canederli, speck, formaggio di malga e una torta di grano saraceno. Eravamo immersi in un mondo: nuovo: l'altro, quello della tristezza , dei litigi e dei rancori era sparito nel nulla, sprofondato forse in qualche lontano fondovalle. Certamente, pensava il piccolo Luca, un mago l'aveva fatto sparire con la sua potente bacchetta magica. Ero a mio agio in quel mondo confortevole e armonioso come se vi fossi sempre vissuta. Salimmo nelle nostre camere. Io e Luca avevamo una suite foderata di legno chiaro e rischiarata da eleganti lampade. Il bambino trasse dal suo zaino da viaggio una scatola di colori e si mise a disegnare. Era sereno ed il suo viso, dai tratti morbidi, era divenuto ancora più bello. Avevamo un balcone di legno che sovrastava un lago ghiacciato. In alto la volta celeste era trapunta di stelle. Angelo dormiva nella stanza accanto ed aveva il balcone adiacente al nostro. Ci augurò la buona notte promettendo a Luca che l'indomani gli avrebbe insegnato a pattinare sul ghiaccio. Cercammo insieme la “cintura di Orione” tra le costellazioni , poi il freddo pungente ci fece ritirare nelle stanze. Luca si addormentò beatamente: tutto era rassicurante e i giorni seguenti promettevano grandi novità. Nel cuore della notte raggiunsi Angelo, poi tornai felice e insonnolita nella mia camera. Ogni notte Angelo era per me , mentre il giorno era a disposizione di Luca. Fraternizzarono con naturalezza e semplicità. Angelo pareva un ragazzo. Com'era lontano il suo volto tirato e severo di docente universitario! Era perfettamente a suo agio nei panni d'istruttore di pattinaggio al punto che Luca ,dopo due giorni , compì da solo il periplo del lago. Il mio biondo ragazzino aveva perso ogni timore e insicurezza. Nei pomeriggi partivamo presto per Collalbo con il trenino e ci intrattenevamo da Lintner Café dove io, chiamata “succo di ribes”, dovevo decidere cosa andare a visitare, se la commenda di Longomoso o la chiesina di Kematen, se le piramidi di terra a Marie Saal o il Bemelmans, l'hotel dove soggiornò Freud. Regnava sempre tra noi un'atmosfera di sospesa felicità, d'incanto, che non avevo mai vissuto prima. Ero sempre sorridente e scherzavo con Luca e Angelo. Nell'hotel, che Angelo frequentava da anni, Luca era la mascotte: tutti ne tessevano le lodi sia per la bellezza fisica che per i modi dolci ed educati. Il lago era frequentato da tedeschi che giocavano a lanciare pesanti birilli verso un bersaglio: un po' come il nostro gioco delle bocce. Il resto del lago era popolato da pattinatori mascherati che si esibivano in piroette acrobatiche. Ovunque c'era un clima di festa che si spegneva al tramonto, quando tutto piombava nel silenzio totale. Una notte nevicò. Al mattino mi accorsi che un silenzio irreale si era posato su alberi, tetti e strade. Le auto non transitavano.più. All'improvviso io, Luca e Angelo tornammo bambini. Dopo una colazione golosa , partimmo in esplorazione. La natura aveva aperto le sue pagine candide, ingenue e magiche. Camminavamo come cerbiatti su sentieri intatti, godendo di tanta meravigliosa bellezza. Luca cinguettava, tanto le sue frasi di stupore erano musicali. Pranzammo ridendo come tre “ vecchi “camerati. A metà pomeriggio il tempo parve fermarsi tanta fu l'intensità della nostra gioia. Salimmo alla stazioncina di Stella nei cui paraggi a quell'ora vanno ad abbeverarsi i cervi. Il silenzio era palpabile e soffice come panna montata. Giravamo circospetti come cospiratori per spiare almeno un cerbiatto quando modellai una palla di neve e la lanciai a Luca, e subito dopo un'altra partì in direzione di Angelo. Pareva che attendessero questo segnale per scatenarsi in un gioco sfrenato tra risate e grida che spezzavano senza pietà l'immacolato silenzio. Eravamo tre bambini raggianti dalle guance rosse e dalle mani gelate. Avevo con me i miei due tesori: la felicità mi trapassò e sentii un brivido che non era di freddo. Da allora non sono più stata felice. Luca è un ragazzo prossimo alla laurea in Giurisprudenza, è serio e maturo. E' sempre dolce, ma le sue attenzioni ora sono rivolte a una ragazza che gli è entrata nel cuore. Angelo mi ha bruscamente lasciata, senza una parola, per una donna molto più vecchia e più furba di me, e questo dopo una relazione di dodici anni. Il ragazzo che era in lui è morto. Ora è un anziano docente pieno di boria. So che ha portato sul Renon la vecchia amante alloggiando nello stesso albergo. Ha profanato senza ritegno ogni luogo dove era stato con me, ma non i miei ricordi che restano vivi e immortali. Ogni sera al tramonto il Rosengarten si tinge di un luminoso e intenso riflesso rosato, che dura pochi minuti e si spegne quasi d'improvviso in un color cenere. Questa fugace luminosità è chiamata dai ladini “enrosadira”. Ogni sera dal balcone dolomitico del Renon si gode il meraviglioso spettacolo del Catinaccio che cambia colore. Le leggende narrano le vicende di re Laurino e del suo giardino delle rose, ma per me l'enrosadira resta per sempre l'immagine della felicità.
Il giardino delle rose
Le nevi immacolate del Renon
profumano di pane
e fieno secco.
L'aria è filigrana, spirito.
L'hotel sul lago è scrigno di memoria
sotto una campana di vetro.
Era indulgente il tuo sorriso per l'impaccio
che avevo con i pattini ai piedi
e il mio non saper muovere un passo.
Nei pomeriggi ovattati
prendevamo il trenino per Collalbo
e nel Lintner Café
disegnavamo il roseto di Laurino
su tovaglioli di carta:
mi chiamavi “succo di ribes”.
Fuori, la sera era di vetro
arabescato.
Ora il filo di seta
s'è spezzato.
La montagna incantata
si è dissolta.
Il roseto
pietrificato.
Cronaca
La gatta salta sul letto e viene a fiutarmi almeno un'ora prima che si attivi la radiosveglia. Mi alzo controvoglia e vado al lavoro in biblioteca. Le mie due colleghe sono catechiste e bigotte. Chiacchierano senza posa di cucina e affini. Hanno entrambe la faccia da topo. Mi domando se mentre fanno l'amore pensano alla parmigiana di melanzane o ai cosci di pollo. Dopopranzo faccio visita alla zia Peppa tenuta agli arresti domiciliari dalla figlia, Rosina la fattucchiera. Tornando a casa scruto nella cassetta della posta se Rosina, la mia amabile cugina dedita alla magia nera, vi ha deposto penne di gallina o d'altro pennuto tratte dal suo medioevo privato.
Ha detto che morirò a breve e vuole darmi una mano. A letto sogno le oche del Campidoglio che si aggirano in biblioteca e sogno anche Rosina che miscela veleni e mandragole leggendo formule misteriose in neri messali. Eppure siamo nel 2002, anzi nella giornata che si specchia e si riflette in se: che sia medioevo anche questo?
Brunella Bruschi
breve biografia
Brunella Bruschi, nata a Perugia, docente di Italiano e Latino nei Licei, è presente con saggi di critica letteraria in varie riviste specializzate ed ha contribuito con proprie relazioni a convegni di rilievo nazionale e internazionale. Suoi testi poetici sono inseriti in varie antologie, tra cui ricordiamo: "I sette poeti del Montale" (Milano, Scheiwilier, 1994) e"Ci sono ancora le lucciole" (Milano, Crocetti, 2004). Vincitrice di numerosi premi, ha pubblicato cinque libri di poesia: "Gioco d'attesa" (1987), "Testi pretesti lineature" (1990), "11 bistro e la sabbia" (1997), ''Drama'' (2000) e ''Deep Focus" (2005). Altre sue raccolte sono in fase di pubblicazione.
intervento
Ho cominciato a scrivere da piccola per l'urgenza di un sentimento esistenziale in me molto vivo. Avevo un atteggiamento naturalmente recettivo, direi proprio passivo nei confronti del reale: osservavo e cercavo di cogliere sensi, mi aspettavo messaggi di verità dal linguaggio silente delle cose. Quasi una condizione mistica, da una parte, poi in seguito, credo per una componente più culturale, per una forte simpatia verso il pensiero illuminista e la razionalità pura, si è innestata su questa componente mistica anche una condizione che può sembrare antitetica, ed è il bisogno di dirimere razionalmente i fatti, di dominare i fenomeni, il linguaggio, per esempio, attraverso le loro leggi, la conoscenza dei loro funzionamenti, le scienze, in particolare le discipline linguistiche che sono spesso al centro della mia scrittura. Nello scrivere ho scelto di rappresentare tutta l'esperienza, di avvicinare il più possibile la vita comune e investire i fatti reali di una domanda sull'esistenza, con un'apertura verso diverse ipotesi, col beneficio del dubbio che formula varie possibili soluzioni ai problemi. In tutto questo prosa e poesia si sono affiancate quasi naturalmente, rispondendo di volta in volta alle diverse esigenze. Tuttavia io non ho scritto molto di narrativa, a parte un tentativo di romanzo mai concluso per diversi motivi, ci sono alcuni racconti, di cui uno solo è pubblicato in una rivista milanese. Ed è significativo rilevare che in questo narrare non adotto mai soluzioni realistiche, naturalistiche, ma sempre molto straniate, oniriche, surreali o espressionistiche, il che fa somigliare la mia prosa alla poesia. Per il resto per la prosa è scrittura critica, è il lavoro di analisi testuale e commento, per così dire, ai testi poetici, per lo più, o narrativi delle varie letterature, anche classiche, oppure l'esposizione analitica sull'opera di amici poeti. Questo è un mio diletto in cui la scrittura nasce in modo assolutamente naturale, con una stesura sempre molto immediata, forse perché in questo caso c'è un po' il riferimento a linguaggi specialistici ormai acquisiti nella pratica dello studio letterario di una vita.
Insomma, in questo tipo di scrittura devo correggere poco, caso mai aggiungere collegamenti e osservazioni che nascono in fieri. Invece la poesia, che è la scrittura più vasta e più costante funziona in un altro modo: scrivo con maggiore lentezza, torno sulle cose scritte, molte volte, sottraggo parecchio, riscrivo, cestino molti testi, soprattutto quando lavoro alla composizione di una raccolta, che comunque nasce come discorso continuativo. Cerco l'immagine più incisiva ed essenziale, la rapidità dei passaggi, logici o alogici che siano, la leggerezza espressiva ed anche una semplicità nella molteplicità. E' un lavoro più impegnativo, meno naturale, sebbene sia per me irrinunciabile, ma è più sofferto. In definitiva la poesia è la forma espressiva a me più congeniale, forse perché più duttile rispetto a questa vocazione ad interrogare l'esistente e l'esistenza, a questo mio sentimento esistenziale.
La poesia di Jorge Luis Borges: la città e l'infinito esilio
Per l'anagrafe Borges è nato in Argentina, a Buenos Aires, nel 1899, ma per la letteratura è nato in Europa. È infatti opportuno soffermare l'attenzione sul viaggio durato sette anni, poi replicato a breve distanza dal ritorno e in seguito in varie occasioni rivissuto, che lo porta, ancora adolescente, a vivere con la famiglia prima a Ginevra, poi in Spagna, a frequentare le migliori scuole, a visitare l'Inghilterra, la Francia ed altri paesi europei; soprattutto ad inseminare la sua educazione intellettuale e letteraria di tutte quelle voci culturali della tradizione e della avanguardia che . saranno poi oggetto di vaste riflessioni stilistiche e preziosa 1 infa di un'autonoma,altissima creazione.
In Europa impara il francese e il tedesco che gli permettono di leggere direttamente e di penetrare i grandi autori ottocenteschi e contemporanei: Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Apollinaire, Valery, ma anche Hugo, Flaubert, Zola, da lui poi ampiamente citati, e di appropriarsi delle fantastiche creazioni del romanticismo tedesco, di poeti come Hólderlin e Heine, ma anche di autori espressionisti come Benn e Meyrink che lo avvicinano alla cultura ebraica, di filosofi comeNietzsche e Schopenhauer. Soprattutto, in Europa apprende il latino che gli apre il varco alla scoperta dei classici, in seguito costantemente rivisitati e riportati nelle sue opere con la peculiare capacità di evidenziarne la più attuale sensibilità, in particolare nell'amato Virgilio, ma anche in Ovidio, Orazio, Lucrezio.
L'inglese, invece, è la lingua appresa prima ancora dello spagnolo, la lingua della nonna paterna che per lui è e diviene sempre di più sinonimo di cultura. Ama infinitamente poeti come Wordsworth e Coleridge, il misticismo onirico e cupo di autori come Carlyle, e allo stesso modo l'opposta vocazione allo slancio vitale, l'istintiva felicità da "mattino del mondo" di autori americani come Whitman ed Emerson. Predilige la lingua inglese perché la reputa più adatta delle altre alla creazione letteraria. Ne indagherà in saggi ricchi di brillanti analisi e di suggestive immagini poetiche le origini sassoni e le radici latine, e la conseguente possibilità di esprimere quasi in ogni caso due parole con radicali diversi e quindi con più precise sfumature.
A questa peculiarità fa risalire fin dalle sue origini remote la vocazione della lingua inglese alla metafora e dunque la vocazione ad una rappresentazione più complessa, originale e mutevole del mondo e del pensiero. Così la ricerca metaforica fine a se stessa che domina l'esperienza ultraista ‑attraversata brevemente dal poeta e subito superata nella stagione europea confluisce in una concezione poetica di più vasto respiro. La poesia come meccanica di alta precisione (nella definizione apollinairiana) volta a captare il significato concettuale delle cose che, in quanto tale, non coincide mai in lui fin dalle giovanili esperienze col culto della parola eccentrica, ma con l'essenzialità e la limpidezza del pensiero.
Quando Borges "esule" dalla sua patria scopre la vocazione cosmopolita e le radici culturali europee, avvia questa avventura a ritroso verso le origini, che lo porterà molto presto alla scoperta che la metafora e la poesia sono connaturate all'uomo ed ai suoi codici espressivi e si rinnovano reiterandosi nell'esperienza del presente da tempo immemorabile, fin dalle antichissime Kenningar (citazioni enigmistiche islandesi), fin dalla medievale poesia islandese di Snorri Sturluson e, ancora più lontano, agli albori della storia europea, nella lingua creata da Ulifila per tradurre la Bibbia al suo popolo, nelle saghe scandinave, nel cantare di BeowuIf.
Tornano continuamente nell'opera poetica non soltanto le scelte di stile, da questa cosmopolita compresenza di culture, ma anche i temi che alludono esplicitamente a tali molteplici referenti. L'allontanamento dalla sua Buenos Aires, dai luoghi consueti, dal clima culturale respirato fin dall'infanzia nella famiglia di intellettuali e militari, per aprirsi all'esperienza appena ricordata, si traduce tuttavia non in un vero distacco né tanto meno in un abbandono, ma appunto, come egli stesso ama dire, in una sorta di esilio (dirà poi che ogni americano è un europeo esiliato), nel senso che ogni immersione nelle realtà diverse dà luogo ad una più profonda e consapevole acquisizione delle proprie radici e, in un certo senso, della propria argentinità, in primo luogo nel confronto con la cultura della madrepatria spagnola, di cui assorbe, ma in modo assolutamente autonomo, le istanze di svecchiamento della tradizione letteraria ed insieme accoglie ed affina la conoscenza della grande stagione barocca. Sarà una delle figure più significative di quel rinnovamento culturale che farà del suo paese per la prima volta un interlocutore autonomo e l'avvio di quel "ritorno delle caravelle" che designerà un'inversione di tendenza nella propagazione culturale in lingua spagnola.
Ma anche di tutte le culture altre che Borges ha fatto proprie e coltiverà nell'inesausto affinamento di curioso lettore ed erudito, riporterà nella sua anima argentina di scrittore e di uomo l'esperienza indelebile. Il ritorno dal viaggio europeo è segnato, non a caso, dalla pubblicazione nel 1923, '25, '29 delle prime tre raccolte poetiche che nei titoli, come nei temi e nei motivi dominanti, alludono esplicitamente alla sua città: Fervor de Buenos Aires, Luna de enfrente, Cuaderno S. Martin. Il viaggio, l'"esilio", è stato necessario per recuperare e investire di un significato universale le familiari peculiarità del mondo argentino, i luoghi caratteristici, il quartiere popolare di Palermo a Nord della città, che diviene simbolo della "storia" con i suoi patios, gli androni, le cisterne, le case basse «differenti e uguali» dei primi anni del secolo, con la sua umanità di orilleros nelle taverne e la pampa sovrana e remota con i suoi gauchos solitari nei sanguigni tramonti, allusione alla disperata ricerca del tempo perduto. E inoltre le intricate vie di Buenos Aires, che egli per anni ha percorso, tracciando un labirinto che è simbolo dell'unità fra kosmos e caos, in quanto architettura che nel contempo protegge e soffoca. I due cimiteri della città, quelli che ancora in morte consegnano gli uomini alle proprie origini popolari o la Recoleta, e infine la piazza S. Martin, dedicata all'eroe nazionale, e tutti i luoghi e i personaggi delle feroci contese civili, emblema di un epico spirito originario. Ecco allora che il viaggio è destinato a protrarsi, che l’"esilio" continua, ed il ritorno implica un allargarsi dell'orizzonte alla ricerca dell'uomo che si protrarrà attraverso tutta la sua opera.
I luoghi dell'infanzia si addensano nelle immagini di una poesia visiva e carica di simboli: il percorso dalle immagini alla immaginazione è reso possibile anche da una progressiva e lenta perdita della vista da parte del poeta che vive così una sorta di doloroso esilio dalla visione del reale, ma anche questo, paradossalmente, è accolto come un necessario esilio, un'illuminazione delle strutture profonde essenziali, un illimpidimento del vasto paesaggio concettuale che svetta sempre di più su quello figurativo. Nel prologo de La cifra (1981), Borges afferma: «Alla fine degli anni ho compreso che mi è vietato sperimentare la cadenza magica, la curiosa metafora, l'interiezione, l'opera sapientemente elaborata o di lungo respiro. Mi è stata destinata quella che suole chiamarsi poesia intellettuale. L'espressione è quasi un ossimoro; l'intelletto (la veglia) pensa mediante astrazioni, la poesia (il sogno) mediante immagini, miti o favole. La poesia intellettuale deve intrecciare gradevolmente questi due processi». La meditazione sulle idee e la trasfigurazione di queste in strutture poetiche conduce così Borges ad un idealismo negatore di ogni realtà, che lo rende scettico verso l'apparenza delle cose, dalle quali anche i suoi occhi si vanno allontanando. E ancora una volta il distacco, la lontananza, permettono una più complessa focalizzazione. L'esilio diviene necessaria ed eterna condizione dell'uomo alla ricerca di un senso superiore, di un ordine assoluto continuamente ipotizzato da Borges come avventura della fantasia più spregiudicata e della lucida razionalità, un ordine mai rintracciabile nelle ambiguità del reale e del possibile, nell'infinita problematicità dell'universo, o forse anche talvolta rintracciabile nella più credibile dimensione del sogno, ma anche che non è dato trattenere per l'inesauribile fluire delle cose. Così la cifra stilistica di Borges diviene questa progressiva, affinata capacità di conferire al mondo sognato i nitidi lineamenti della realtà attraverso la ricerca, come egli afferma, non della semplicità, che è impari rispetto alla molteplicità del mondo, ma della < modesta e segreta complessità». Il suo ideale stilistico mira, infatti, alla limpidezza, nel rifiuto del barocchismo criptico o del presunto realismo, in nome di un'avventura del pensiero che sfida l'universo misterioso e contraddittorio. Il poeta ha un impegno morale e intellettuale che lo obbliga a dissimulare accuratamente il travaglio dell'elaborazione, alla ricerca di una pregnanza concettuale che è intensità verbale, complessità ed eccentricità, ma sempre assoluto nitore stilistico. La poesia non può essere astratta, ma deve partire dalle cose, dice Borges, e le cose, o meglio la loro essenza, sono i nomi: la poesia è l'inesauribile ricerca di un solo nome che racchiuda l'universo e sia musica: è un «pensativo sentir».
Olga Introppico
breve biografia
Olga Introppico Padiglioni è nata a Roma, ha compiuto gli studi a Orvieto e ha insegnato per molti anni. Attualmente vive con la famiglia a Perugia. Nel 1998 è uscita la sua prima raccolta di poesie, "Il ghiaccio nel bicchiere", a cui ha fatto seguito, nel 2000, il volume "Poesie Bambine". Premiata in vari concorsi, regionali e nazionali, tra cui, più volte, il "Francesco Mauri", è presente con i suoi versi, sempre delicati e pieni di armonia, in numerose antologie, tra le quali, ultima in ordine di tempo, "Via Bartolo 44". Si dedica anche alla narrativa e ha scritto, tra l'altro, un lungo racconto autobiografico che spera di pubblicare entro breve tempo.
intervento
Da “I sandali bianchi di Margherita” di Olga Introppico
Fu un viaggio faticoso e fortunoso, su mezzi di fortuna, fatto quasi tutto di notte, alla fine dell'estate 1944 quando la guerra si era spostata al nord lasciando paesi, città, campagne, colpiti e mutilati; distrutte o inagibili le strade e le ferrovie più importanti..
Si viaggiava per vie secondarie, su camion e corriere traballanti e su scricchiolanti vagoni di treni rumorosi.
Margherita, il babbo e la mamma riuscivano a prendere un treno dopo averlo aspettato per un giorno intero tra la folla in attesa lungo i binari, in una stazione semi-distrutta dai bombardamenti.
La bambina era seduta sulla grossa valigia di fibra marrone con la mano stretta in quella del babbo e quando un grosso treno fumoso e sbuffante avanzò ronfando tra le due ali di gente in attesa, ebbe una grande paura: le sembrò un enorme drago nero venuto ad ingoiarli.
La folla si accalcava, spingeva e si urtava cercando di aprirsi un varco e guadagnarsi un piccolo spazio. Chi riusciva a salire sulle scalette di ferro tendeva le braccia dai finestrini per farsi passare i i bambini più piccoli e i bagagli. Nell'enorme vociare e negli sbuffi di fumo che a tratti coprivano la vista, si mescolavano e si incrociavano dialetti diversi che gridavano nomi di persona , lanciavano raccomandazioni e imprecazioni; pianto di bambini; ordini di servizio da rochi megafoni.
Superava tutte le altre qualche voce che invocava "Aiuto, al ladro! Al ladro! Mi hanno rubato la valigia, prendetelo!" Erano voci disperate di chi con la valigia perdeva tutto ciò che gli era rimasto.
Il babbo e la mamma di Margherita si stringevano addosso alla figlioletta e come Dio volle, riuscirono a salire sul treno fra la calca che premeva da tutti i lati e in pochi minuti aveva riempito corridoi e carrozze, ballatoi, e perfino gli spazi di collegamento tra una carrozza e l'altra che coperti da neri soffietti gommati, come orridi ventri di balena sembravano ingoiare chi vi passasse. Trascorse anche quella terribile notte: all'alba qualcuno intravide per primo il baluginare del mare fra le gole dei monti boscosi e gridò: "Il mare, Il mare !.
Il sole illuminò la linea azzurra lontana che si allargava sempre di più.
Si acquietarono angosce e paure e quando il treno si avvicinò alla spiaggia (tanto vicino le correva la ferrovia), zaffate di aria fresca di salino entrarono nei vagoni gremiti. Sembrò di uscite da un incubo e di continuare a vivere. Anche Margherita, che aveva dormito un po' sulla grande valigia, dimenticò il drago nero della notte e si mise a pensare ai pesci che si svegliavano al canto delle sirene sedute sugli scogli e che on si lasciavano vedere dagli uomini ma solo dai bambini.
Film luce
Immagini struggenti
in bianco e nero:
rivive il tempo di quando per noi
si compivano
i destini
e a nostra insaputa
si tessevano
le trame
di un avvenire
che ignari,
liberi credevamo
da soli di costruire
attenti
a non spezzare
quel cordone vitale
che di madre in figlio
come reliquia
da lontano
ci portavamo.
Transfert
Nulla ancora
sa
la lucertola nuova
al sole del meriggio
della lunga storia
della sua specie
di metamorfosi
e adattamenti
dì agguati
ovattati
guizzanti come luce
La sorprende
il doloroso distacco
dell'esile coda
la goccia sangue
lasciatasi dietro
quando si crede già morta
nella crepa del muro
Maria Liscio
breve biografia
Maria Liscio De Lauretis, nata a Ortonova (Foggia), vive dal 1935 a Perugia dove ha insegnato Materie Letterarie in un Istituto superiore. Profonda conoscitrice della letteratura italiana e straniera, ma esperta anche di musica, arte e non solo, ha pubblicato nove libri di poesia, il primo dei quali, "Sopra i silenzi", risale al 1973, e l'ultimo, "A te, di là da venire", all'anno scorso, ma altre sue raccolte sono in fase di pubblicazione. Vincitrice di importanti premi nazionali sia per la poesia che per la narrativa, è presente con i suoi versi colti e raffinati ed alcuni originali racconti in antologie e riviste. E' inoltre autrice di vari saggi critici.
Giampiero Mirabassi
breve biografia
Giampiero Mirabassi esercita la professione di avvocato e numerosi sono i suoi interessi in campo artistico. Ha pubblicato i due volumi di taglio umoristico, "Fuga dal Paradiso" e "La legge è uguale per tutti salvo complicazioni", ha scritto dei testi teatrali per "Il Canguasto" e numerose poesie in lingua e in dialetto perugino, queste ultime affidate a due bellissime audiocassette intitolate, rispettivamente, "Ultimi" e "No' sem do`, che hanno riscosso molti consensi grazie anche all'ottima interpretazione dei testi da parte dell'amico Giulio Bartolucci. L'elenco dei suoi interessi sarebbe molto più lungo, ma noi ricordiamo qui ancora soltanto la sua attività di vignettista e quella di raffinato musicista.
Giuliano Sozi
breve biografia
Giuliano Sozi è nato e risiede a Spello. Si è laureato in lettere a Roma e si è dedicato all'insegnamento, alla letteratura e alla pittura. Ha partecipato a importanti mostre, ha illustrato libri e ha pubblicato, tra l'altro, i seguenti volumi: 'Alfonsine", "Spello/Guida storico-artistica", "Le infiorate di Spello", "Leggere in noi/Tre anni di scuola a Spello", "Annigoni a Spello", "Senza tempo" (cura), "Tredici Italie di fanciullezza e amore" (cura), "Sesto Properzio/Elegie scelte" (traduzione e cura), "Il Rescritto di Costantino/Romanzo spellano", "Sette finestre" (testo teatrale), "Dizionario sghembo". Ha creato 'e presieduto per anni il Premio di Poesia "Francesco Mauri".
intervento
Da "Lo zappatempo - Dizionario critico dell'ultimo settantennio"
Parola
Due incarnazioni della parola da sempre sul palcoscenico del mondo si combattono come Ahura Mazdah e Ahriman: da una parte la parola maieutica del pensiero, perforatrice dell'anima, compagna del sentimento, capocordata della fantasia, radar antropico, cardiogramma della storia, humus della poesia; dall'altra la parola schermo del pensiero, mascheratura dell'anima, affossatrice del sentimento, surrogato della fantasia, regno del malinteso, spada di sopraffazione, seme di violenza, catapulta di guerra. Il percorso della parola positiva e quello della parola negativa sono distinti e indipendenti l'uno dall'altro. Generalmente il trionfo dell'una corrisponde alla sconfitta dell'altra. Si dànno però casi particolari, mostruosi, in cui si sfiorano o addirittura si toccano, provocando scintille e tempeste in una persona, in un gruppo, in un'intera epoca. Lo studio dei due itinerari della parola presenta enormi difficoltà, esige preparazione vasta, profonda, specialistica. Per questo motivo non è possibile tracciare le rispettive storie con scientifica attendibilità. Non parliamo poi di una ipotetica storia unitaria, il cui solo progetto sarebbe un fuoco d'artificio di contraddittorietà. Sull'argomento si possono solo esprimere valutazioni personali, sensazioni. Ebbene, le mie sensazioni sulla vicenda della parola in Italia negli ultimi settanta anni sono elementari. Eccole. La parola positiva, già in uno stato di salute precario, timida, tremolante, incurvita, è andata peggiorando di anno in anno, si è nascosta, rannicchiata, barricata in oscuri anfratti, si è messa a balbettare, a
mugolare, a piagnucolare senza ritegno, ha cominciato, con le ultime forze che le rimanevano, a scavarsi la buca in terra; e ora vi si sta adagiando con le braccia in croce sul petto, come in attesa della benedizione del prete; ma il prete non arriva, ha altro da fare, e nessuna benedizione arriva; tra poco il suo cadavere andrà in decomposizione e la puzza ammorberà l'aria. La parola negativa, già in buona salute, invece non ha fatto che irrobustirsi, crescere, dilagare: ora trionfa e brilla in mille colori attraverso i teleschermi, le pagine dei giornali, i cellulari, i siti internet; si accoppia alla politica, alla religione, allo sport, alla pubblicità, entra alluvionando nelle sale di riunione, nelle navate delle chiese, negli stadi, nelle strade, nelle case dei cittadini che se la bevono, tacendo, tutta d'un fiato. Previsioni per il futuro? Sempre in base alle mie sensazioni personali, forse un giorno (lontano? vicino?) l'uomo, stremato, traumatizzato, nevrotizzato dal diluvio della parola negativa, reagirà con la forza della disperazione, prenderà un piccone e si metterà a scavare furiosamente per andare a ritrovare sotto terra, come un archeologo dilettante, la parola positiva che, fingendosi morta, se ne sta ad aspettare tra i vermi e le radici della gramigna.
Dalla recensione (di Antonio Daniele) a "Opere scelte" di Luigi Meneghello (L'Indice, gen. 2007, pag. 13)
... dentro questa etica della realtà sta anche la confessione della ricerca di una prosa fondata sugli "effetti tipici della poesia", benché con un distinguo: "Questa concezione della scrittura letteraria ha ben poco a che fare con la poetica del `petit poème en prose", e nulla affatto con quella della prosa d'arte. Somiglia all'oreficeria, è stato detto, e a me questo non dispiace, mi sembra del tutto appropriato trattare le parole come materia preziosa, perché lo sono."
[Anch'io, qualche anno fa, ho cercato di esprimere questa idea di prosa letteraria attraverso la parola "poietoprosa".]
Via San Cristoforo, fuori Spello
In fondo alla strada c'è un oliveto,
semina argento sotto i copertoni.
Il cielo schiaccia le chiome delle querce,
la breve piana si rigonfia
insofferente. Intanto morde
da dentro questa serenità
scomposta. Ai rumori
si affida, musica senza controllo,
la paura antica della sosta.
In cima al colle naviga
il vento in discesa libera:
di quaggiù lo vedresti se non fosse
troppo fitta la trama delle scritture.
Si appanna la lente, la ruggine
schizza sabbie bruciate tutto intorno.
In mezzo al lago della memoria
il monocolo guarda ovunque ma
non mette a fuoco, i piani
danzano senza ritmo, le tende
vanno e vengono, respirano
come alti mari gonfi d'ira.
Via, ritiriamoci dalla finestra.
Forse è bene allungare una mano,
le piccole lance di verde alluminio
sentire sotto il palmo.
E camminare con calma, rasente il traffico.