L'Associazione SEINGIOCO

ha organizzato il dibattito a tema

"Scuola domani"
di Paola Capitani


Il canarino nella miniera

intervento di FRANCA BOLOTTI

Immagine in allestimento

Cominciamo con uno spot pubblicitario che, incredibile a dirsi, in qualche modo, finalmente, vende la poesia. Infatti l’uccellino del ben idratato  Del Piero declama in pubblicità Il Passero solitario e garantisce, svolazzando, che il dottor Giacomo Leopardi ha scritto la poesia apposta per lui. Prima domanda: forse anche lui ha compiuto gli studi alla scuola dei calciatori? Seconda domanda – seria: qualcuno degli studenti all’ascolto potrebbe crederci?

Ancora uno spot, nuova  codificazione pubblicitaria di Leopardi questo sconosciuto: quello per una famosa ADSL, che aiuta figli che hanno pochissima voglia di studiare a svolgere complesse ricerche sul poeta recanatese in pochissimo tempo.

 

Il tempo di un passaggio pubblicitario è fulmineo, ma in grado di vanificare ore di lezione.

I palinsesti televisivi, poi, sono concepiti apposta per neutralizzare sistematicamente e in tempo quasi reale una mattinata scolastica. Il potenziale distruttivo  di una trasmissione come Uomini e Donne di Maria De Filippi si moltiplica su un pubblico indifeso che, nei fumi del dopopranzo, ha i freni inibitori allentati. E che non si rende conto che il titolo è un ossimoro, in quanto i protagonisti non hanno niente di umano né di femminile.

 

Non voglio avanzare l’ormai banalizzata, nella banalizzazione generale del tutto, lamentatio dell’insegnante umanista sospettosa  della propria inutilità.

Ma nel libro curato da Paola Capitani ho ripercorso tante storie, tante speranze, tante valutazioni della scuola italiana, e ho trovato tanti inviti anche alla salvaguardia del pensare criticamente, dell’apprendere a pensare e a ragionare con la propria testa, alla necessità di + scuola di base - master e dottorati,  di percorsi formativi di qualità e respiro europeo.

Certo, Scuola domani è un testo dove si trova molto, se non tutto ed è difficile scegliere una chiave di lettura privilegiata. Tuttavia il lettore trova – come al solito – quello che cerca, che sente più urgente. Io ho trovato, per esempio, anche riflessioni su materie curricolari che concludono – tra l’altro – con la necessità di un neo-umanesimo per la salvaguardia dell’io dell’individuo: oggetto misterioso e trascurato, come già denunciava Mario Lodi[1] nel 1957, parlando del pericolo costituito dagli scaltriti organizzatori delle masse giovanili e adulte e ponendo domande oggi più attuali che mai: Quante buone abitudini noi vedremo disperse da un ambiente inadatto? Quante sensibilità devastate? Quante dignità umiliate e speranze spezzate? Domande alle quali aveva lui stesso trovato la risposta: Io penso che si debba ammettere la triste realtà dell’ambiente che favorisce le tendenze più meschine e meno spirituali, le quali dell’uomo fanno un automa o un servo.

Da insegnante di italiano e storia in un istituto tecnico, dunque, desidero proporre alcune mie considerazioni sulla scuola di domani. Fra tante possibili definizioni di umanesimo, ho scelto questa di Antonio Scurati[2]: <<L’umanesimo è stato questa comunità immaginaria tra i vivi, i morti e i non ancora nati, è stato questo patetico, grandioso amore non tanto, o non soltanto, per il proprio prossimo, ma addirittura per la vita sconosciuta, la vita lontana, soprattutto per la vita a venire. Ama l’umanità remota come ami il prossimo tuo. Questo fu l’insegnamento con cui l’umanesimo letterario venne a completare quello cristiano. Un insegnamento oggi misconosciuto>>.

E’ così? E’ così. Nell’epoca del presente permanente, della solitudine multipla e dei non-luoghi sembra non esserci spazio per la letteratura.

Sembrano scomparsi anche i lettori.

Sembra non esserci spazio per la storia.

Sembra non esserci spazio per lo spazio: il Tamigi sta a Parigi, per assonanza; Caina non è un luogo, ma <<quella che ha ammazzato Adele>>; seguire Ulisse nel folle volo è impossibile perché noi pieghiamo verso nord, che tanto è suppergiù uguale. Per tacere delle preoccupazioni ministeriali sull’inconsapevolezza degli studenti italiani a proposito dell’avvicendarsi del giorno e della notte.

Mi limiterò  a enunciare le ormai acquisite considerazioni:

  • sulla percezione del tempo tecnologico, del passato come banca-dati cui attingere, usare, riarchiviare senza costruire una memoria;
  • sulla spettacolarizzazione della storia ridotta a fiction;
  • sull’eterno presente in cui sono immerse le nuove generazioni;
  • sulla mancanza di progettualità del futuro dopo la sconfitta del pensiero forte, senza la conquista del pensiero debole, in presenza del pensiero unico.

 

Quasi tutte queste considerazioni hanno a che fare con le conseguenze della tecnologia sui processi di apprendimento. E’ innegabile che la tecnologia informatica, in particolare la ricerca in Internet, hanno evidenti ricadute didattiche, come ha spiegato il prof. Rotta nel libro di Paola Capitani[3], ma a me sembra di vedere nello studente, se non accompagnato, se lasciato solo,  tutt’al più, un browser/streaker, penalizzato dalla perdita di ogni retroterra culturale che possa dirsi tale.

La scuola di domani, che non provveda ad arginare questa perdita, sarebbe irresponsabile e incurante della formazione dell’uomo e del cittadino, formula talmente abusata e sbandierata a vanvera che si è svuotata di significato. Ma essa, a mio parere, merita una rivalutazione e un aggiornamento, tenendo conto delle coordinate del nostro contesto: quelle negative dello strapotere mediatico, dell’omologazione globale e quelle positive delle risorse dell’interculturalità. Rispetto a tali risorse la pedagogia non può dirsi impantanata, essendo essa stessa intrinsecamente interculturale; e la cultura umanistica non può dirsi obsoleta o inutile, per l’ampia disponibilità di transfert culturali e disciplinari. Aspetto che mi sembra importante nell’età dei link pre-confezionati quasi sempre pensati con intelligenza, spesso usati in modo passivo e meccanico.

E altrettanto importante nell’età della tecnica che Umberto Galimberti[4] definisce <<il convitato di pietra  che, con la sua fredda razionalità, relativizza e relega sullo sfondo tutte le simboliche e le immagini che l’uomo si era fatto di sé per orientarsi nel mondo. (…) Nell’assuefazione con cui utilizziamo strumenti e servizi che riducono lo spazio, velocizzano il tempo, leniscono il dolore, vanificano le norme su cui sono state scalpellate tutte le morali, rischiamo di non chiederci se il nostro modo di essere uomini non sia troppo antico per abitare l’età della tecnica>>.

La scuola di domani, che non provveda alla formazione individuale, all’alfabetizzazione emotiva, a fronteggiare l’inerzia da apprendimento passivo, a criticare <<l’acritico consumismo, il pieno delle cose che sta al posto del vuoto delle relazioni>>[5],  sarebbe irresponsabile e inutile.

Quello che è accaduto alla nostra società, alle nostre famiglie, al nostro sistema formativo, era stato previsto. Eugenio Montale, in Satura (1964-1971) aveva preconizzato il trionfo della spazzatura e l’ossimoro permanente.

Il trionfo della spazzatura, culturale e materiale, derivante dalla nostra compulsione consumistica, non ha bisogno di essere commentato. La realtà ha ormai superato la profezia.

L’ossimoro permanente incide altrettanto in profondità sui risultati dell’azione educativa.

La contraddizione è costante.

Il tempo di trasformazione del vero in falso, del valido in non valido, del reale in apparente corre all’impazzata.

Le informazioni non riescono a sedimentarsi, organizzarsi ed essere utilizzate per il ritmo vertiginoso con cui ci pervengono e ci abbandonano.

I bambini non sono più bambini. Si attribuisce loro una maturità che Pennac definisce commerciale, dei <<piccoli consumatori crescano>> il più in fretta possibile.

Gli adolescenti bruciano tutte le tappe impantanandosi in un’eterna adolescenza.

Gli studenti non attendono al loro lavoro (lo studium, appunto), ma sperimentano il lavoro in orario scolastico, con buona pace della triste profezia sulla società duale di oggi, di domani.

Tutto è anticipato, poco controllabile, con forte compromissione del senso del limite.

Ogni classe può essere descritta come un ossimoro vivente:

  • Obesità e magrezze estreme
  • Voraci onicofagie e french manicure accuratissime
  • Zaini strapieni e libri stravuoti di ogni segnale di lettura
  • Frequenti assenze
  • Voglia di trasgressione e paura del diverso
  • Edonismo esibito e autolesionismo latente
  • Indefinito etico e facili moralismi
  • Pretese di democrazia e riduzione della democrazia a non-valore.

Insomma, insegnare ci sembra a volte una forma di resistenza, e una forte matrice di solitudine. 

Quali compagni di scuola nel curricolo di un istituto tecnico per il neo-umanesimo di cui si parlava all’inizio? Non la filosofia, non la storia dell’arte, non la musica, non la storia della scienza. Il diritto sì, certo: accomunato alla storia anche per i pericoli che entrambe le discipline corrono, in un’epoca di allentamento della legalità e di revisionismi e smemoratezze.

Quali compagni di strada fuori della scuola? Non altre agenzie educative troppo spesso distratte, non la televisione, poco il cinema, non la politica, non le riforme raramente efficaci.

Marco Imarisio[6] scrive: <<A scuola si sta male, ma basta  poco  per capire che una scuola dove si sta male è l’esatta riproduzione di un Paese che va male>>. Di più: di un mondo che globalmente va male.

Ma io a scuola sto ancora bene. Non mi sento parte del manipolo di frustrati di cui ha parlato Gianfranco Fini. Sono solo preoccupata perché la scuola è <<il canarino nella miniera. I sintomi presenti nella scuola sono i segnali di ciò che accadrà domani>>[7].

Se ne vuole una prova? Come mi è capitato qualche anno fa, si può proporre un approfondimento sul delitto Matteotti, con tanto di film e documentari e arrischiarsi nel dibattito. Folgorante la conclusione dello studente Marco: <<Io penso che se Matteotti stava zitto tutto questo non gli succedeva>>.  Pur colpita a morte, ribatto: <<Bene, Marco. Ti metto due>>. <<Ma perché, prof.?>> <<Perché se fossi stato zitto tutto questo non ti sarebbe successo>>. Questo tre anni fa; due mesi fa sono stati pubblicati i risultati di un sondaggio nell’ambito del quale un terzo degli intervistati di età compresa fra 15 e 20 anni rispondeva di poter fare a meno della democrazia.

I segni del nostro tempo, che ho cercato di illustrare, mi sembrano molto pericolosi: non solo per me, ma soprattutto per gli studenti e per il Paese e il mondo di cui saranno cittadini domani.

Tali segni non hanno la mediatica pesantezza della droga, del bullismo, dei sassi dal cavalcavia, del blabla sulla perdita dei valori. Sono lievi, e pericolosi proprio per la loro levità. Leggeri come una pappa omogeneizzata, un purè: digeribili. Un mondo non normato, ma sempre normale.

Dunque: la scuola di domani io la vedo così: una sorvegliata e aggiornata proposta culturale contro la banalizzazione del tutto: della lingua, della memoria, dei sentimenti, del sesso, del male. In breve: del presente che, quando diventa eterno, uccide il passato e impedisce il futuro. Non è facile rincorrere quell’altrove in cui i giovani hanno la testa. L’alterità dei valori della cultura non può sostituire i nuovi miti della velocità, della facilità, della felicità costruita su desideri che il mercato induce e che sono immediatamente – o quasi – appagabili. Ma si può ancora cercare di affiancare ad essi, con molta passione e molta lentezza, i bisogni fondamentali che la scuola è capace di dare: quelli che aprono a piaceri straordinari e gratuiti. I piaceri di essere intelligenti, di essere “differenti”, di mettere in discussione questo che non è il migliore dei mondi possibili.


[1] In Paola Capitani, Scuola domani, Franco Angeli, 2006

[2] Antonio Scurati, La letteratura dell’inesperienza. Scrivere romanzi al tempo della televisione, Bompiani, 2006

[3] In Paola Capitani, cit., Le risorse didattiche in rete:ricerca e selezione di informazioni in Internet

[4] Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, 2007

[5] Umberto Galimberti, cit.

[6] Marco Imarisio, Mal di scuola, Rizzoli, 2007

[7] Marco Imarisio, cit.